Il pallagrello : il vino preferito dal Re Ferdinando IV di Borbone

Oggi nel panorama della viticultura nazionale ed internazionale siamo abituati a parlare o leggere quasi sempre dei soliti noti, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Cabernet Sauvignon, Sangiovese, Nebbiolo, ecc.
Ma la fortuna del Bel Paese è quella di contare la più alta concentrazione di varietà di vitigni in assoluto, alcuni noti altri meno, altri ancora dimenticati e riportati alla luce da alcuni coraggiosi coltivatori, come il caso del vitigno di cui voglio parlarvi: il Pallagrello.

Per scoprire il vitigno Pallagrello dobbiamo scomodare sua Maestà

Per raccontare la storia di questo vitigno dobbiamo fare un salto indietro nelle memorie, fino alla metà del 1700 e andare in Campania dove Ferdinando I di Borbone, re di Napoli, si dedicava con grande ispirazione e dedizione alla sua passione per l’agricoltura, nelle sue terre di campagna.

Alle spalle della reggia di Caserta il Re decide di realizzare una vigna sperimentale detta la vigna del ventaglio, appunto per la sua conformazione, precisamente nella tenuta di San Leucio.

La vigna era stata disegnata da Luigi Vanvitelli, noto architetto napoletano del ‘700, e si sviluppava a raggiera da un unico fulcro davanti al cancello d’entrata.

Qui Ferdinando I decide di piantare tutte le varietà che ritentava particolarmente pregiate limitatamente a quelle presenti nel Regno delle Due Sicilie: Lipari rosso, Delfina bianco, Procopio, Lipari Bianco, Siracusa Bianco, Terranova Rosso, Corigliano Rosso, Siracusa Rosso. All’inizio di ogni filare era posta una lastra in travertino che riportava il nome del vitigno.

Un vitigno tra i più amati dal Re di Napoli

Faceva parte della lista anche il Pallagrello, varietà presumibilmente arrivata sulla nostra penisola grazie ai Greci. Il vitigno ha due varietà, una a bacca rossa l’altra a bacca bianca, e all’epoca erano conosciuti come Piedimonte Rosso, Piedimonte Bianco prendendo il nome dal comune di Piedimonte Matese.

Queste due varietà, che oggi conosciamo con il nome di Pallagrello, erano quelle più amate dal Re Ferdinando che le ritentava le più pregiate, tanto che era consuetudine omaggiare gli ospiti più importanti con questi due vini.

Nel tempo, tra avvenimenti politici come l’Unità d’Italia, e biologici, come l’arrivo della fillossera alla fine dell’800 che decimò le vigne di mezza Europa, il Pallagrello cadde sfortunatamente nel dimenticatoio. Infatti bisogna considerare che l’unione territoriale della nazione operò una naturale selezione dei vini e determinò una rimodulazione del mercato a scapito delle produzioni di nicchia.

Il Pallagrello oggi

Solo negli ultimi anni alcuni viticultori campani come hanno riportato alla luce il Pallagrello, supportati dallo slancio della viticultura moderna e dallo studio dei vitigni autoctoni che ha caratterizzato la fine degli anni ’90. In verità il vitigno non è mai scomparso completamente dai filari del casertano ma era utilizzato dai contadini locali mischiato ad altre varietà e spesso scambiato con il più famoso Coda di Volpe.
Si è reso tuttavia necessario un pieno e consapevole recupero del vitigno per considerare attuata la sua riabilitazione nel panorama produttivo italiano e certamente il fatto che il Pallagrello non fosse riportato sul registro nazionale delle varietà non ha facilitato questo processo.

Nonostante tutto, gli sforzi di alcune delle aziende del casertano, dove il Pallagrello si esprime al meglio, sono stati ripagati. Oggi il vitigno prende il nome dal suo aspetto “pallarello” paffutello del suo acino tondeggiante e rivede la luce.

Quale scegliere?

La varietà a bacca bianca si presenta con un colore giallo paglierino con riflessi dorati. Al naso è agrumato, con sentori di fiori gialli e frutta fresca a polpa bianca. Nei casi in cui viene affinato in legno acquisisce note di frutta secca tostata, sentori dolci come il miele e frutta matura, tutto ben integrato con una elegante acidità.

La varietà a bacca nera ha un colore rubino luminoso, al naso fruttato e floreale, la mora e la violetta si percepiscono decisamente ma anche spezie come pepe e ginepro. Il tannino scalpitante ma ben integrato. Il corpo del vino è medio al palato ma avvolgente, con un ottimo finale.

Il Pallagrello è un vino di grandi doti consigliamo di assaporarlo alla prima occasione, magari immaginando Ferdinando I di Borbone mentre lo guardava crescere in mezzo ai filari della vigna del Ventaglio.

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La storia del polpo alla luciana

Mangiare i polipetti alla luciana è come mangiare un pezzo di Napoli che non c’è più. Questo piatto nasce in una zona che in pochi anni è cambiata per sempre, per questo è così importante: testimone di un passato che non torna, ma la cui testimonianza dobbiamo custodire. La ricetta originale ha dato vita a un proverbio celebre in città: il polpo si deve cuocere nell’acqua sua.

Una ricetta povera e gustosa: il polpo alla luciana è un simbolo della cucina partenopea, dalla storia meravigliosa che racconta di una Napoli che ormai non c’è più. Chiamata così perché la sua origine è legata indissolubilmente al Borgo di Santa Lucia, una zona del capoluogo campano che si trova nei pressi di Castel dell’Ovo, è una ricetta è molto semplice: polpo, prezzemolo, olive nere, pomodorini e, soprattutto, il tempo. Il tempo è infatti un ingrediente fondamentale, proprio perché da questo piatto nasce un proverbio molto usato a Napoli: ‘O purpo se coce int’ all’acqua soja, il polpo va cotto nell’acqua sua, che si usa quando una persona dura di comprendonio ignora i consigli anche se sta palesemente sbagliando; in pratica, un modo per dire: dai tempo al tempo.

Il nome del piatto e la sua genesi sono legati al borgo di Santa Lucia. I polipetti, infatti, devono il proprio nome agli abitanti del borgo, uno dei rioni più antichi della città, che per naturale vocazione facevano i pescatori. I momenti della partenza e del ritorno di questi uomini erano permeati di rituali arcaici, legati alla famosa cabala napoletana. Dalla ghiaia del Chiatamone, una via che si è consacrata per aver ospitato tre grandi giornali italiani (Il Mattino, La Repubblica e Il Roma), i pescatori calavano le proprie barche in mare per far ritorno con alici, merluzzi, orate, vongole e proprio i polpi.

Gli abitanti di Santa Lucia erano specializzati in questo tipo di pesca perché usavano la tecnica dell’anfora. Questo processo, ideato dagli antichi Romani, è diventato poi specialità dei popoli arabi e ancora oggi i migliori pescatori all’anfora si trovano in Tunisia e Marocco. La tecnica di pesca è tanto semplice quanto geniale e fondamentalmente si basa su un piccolo inganno che i pescatori tendono ai polpi. Questi animali sono molto intelligenti, malgrado la vulgata comune, nonché abilissimi cacciatori notturni: infatti pescarli non è semplicissimo.

Dopo la battuta di caccia notturna, i polpi cercano rifugio per riposare tranquilli e quale posto migliore di una bella anfora adagiata sul fondo del mare? Ci si infilano, pensando di essere al sicuro e potersi godere il meritato riposo “post-cena”: ma è qui che entra in gioco l’abilità del pescatore. Le anfore sono legate l’una all’altra attraverso un cavo: basta tirarlo per portare tutte le anfore sulla barca. Questo tipo di pesca assicura la massima qualità del pescato, perché il prodotto viene lavorato immediatamente e l’animale non subisce traumi che possano indurire la carne. È anche per questo motivo, i polipetti alla luciana sono così buoni.

Il pomodorino, magari del Piennolo, sicuramente dà una spinta in più, ma è la qualità del pescato che rende questa ricetta prelibata. Sono stati proprio gli abitanti del borgo a mettere a punto la ricetta originale: i polpi vengono tagliati a pezzi grossolanamente e riposti in una casseruola di terracotta, coperta da panno umido. Bisogna cuocerli lentamente, per tanto tempo, così da farli ammorbidire. Non bisogna aggiungere acqua, né aprire il coperchio fino alla fine della cottura perché, per l’appunto, il polpo va cotto nella propria acqua.

Col tempo e col successo ottenuto dal piatto è nata una variante molto succulenta, come la seppia alla luciana. Grande successo per un primo che arriva sempre da quel periodo storico: gli spaghetti alla luciana. I pescatori più abbienti e i borghesi che con gli anni si sono trasferiti a Santa Lucia, usavano il sugo del polpo come condimento della pasta: una vera squisitezza che ancora oggi campeggia sulle tavole di tutti i napoletani e nei ristoranti tradizionali (in foto all’Osteria da Carmela, nei pressi del Teatro Bellini).

Oggi di quel borgo resta poco e la ricetta dei polpi è un testimone importante di una Napoli scomparsa: Santa Lucia ha smesso di essere un borgo di pescatori dalla fine dell’800 a causa del Risanamento di Napoli, un ingente piano urbanistico portato a termine dall’allora sindaco Nicola Amore e previsto già da Ferdinando II di Borbone.

Le intenzioni erano buone ma alla fine la situazione rimase immutata: i lavori infatti servirono a mascherare il degrado e la povertà dei rioni nascosti, piuttosto che a risolvere i problemi delle persone. Con i lavori scomparve la ghiaia dal Chiatamone e il mare da Santa Lucia, facendo scomparire con essa la tradizione di pescatori del borgo.

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Guida ai vini Campani, storia, caratteristiche e tutte le denominazioni

La Campania è una regione del sud Italia di grande rilevanza nell’universo vitivinicolo italiano, soprattutto per ciò che concerne la valorizzazione dei vitigni autoctoni. I vigneti del territorio campano ricoprono circa 30 mila ettari, con numerose cantine di piccole dimensioni e a conduzione familiare.

Breve storia della viticoltura in Campania

La viticoltura in Campania ha origini antichissime: infatti già prima dell’arrivo degli Etruschi, c’erano popolazioni dedite alla coltivazione della vite.
Gli Etruschi prima e i Greci poi, si occuparono dello sviluppo nelle tecniche di produzione. All’epoca romana, cosicché, i vini campani erano già considerati i più pregiati del tempo, i preferiti dagli imperatori dell’Impero, e il Falerno era lodato come il miglior vino in assoluto.

A partire dal XVII secolo, il ventaglio di vitigni campani subisce un considerevole mutamento che vede emergere i vitigni che oggi portano la bandiera della viticoltura campana.

Quali sono i vitigni più diffusi in Campania?

In questa regione i vitigni internazionali non giocano alcun ruolo importante: i produttori campani, infatti, sono riusciti a valorizzare la grande varietà di vitigni autoctoni che possiede la regione.

vitigni a bacca rossa più coltivati della Campania sono aglianico, barbera, sangiovese, montepulciano, greco nero, primitivo, ciliegiolo e l’autoctono piedirosso.

Tra i vitigni a bacca bianca, ci sono invece falanghinamalvasia di Candia, manzoni bianco, trebbiano toscano, oltre agli autoctoni coda di volpegreco, asprinio, fiano, biancolella, forastera.

I più importanti vini campani DOC e DOCG

A fronte di 4 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Campania include ben 15 Denominazioni di Origine Controllata (DOC).

La parte interna della Campania vanta tutte le DOCG della regione.

  • In Irpinia, nella provincia di Avellino, si trovano le DOCG Taurasi, vino rosso da uve aglianico, Fiano di Avellino e Greco di Tufo, due vini bianchi da uve fiano e greco, nonché la DOC Irpinia che ricopre l’intero territorio irpino.
  • La provincia di Benevento, invece, abbraccia la DOCG Aglianico del Taburno, oltre alle DOC Sannio e Falanghina del Sannio.
  • In provincia di Caserta, emergono le DOC Falerno del Massico, Galluccio, Aversa e Casavecchia di Pontelatone.
  • Nella provincia di Napoli si trovano diverse piccole DOC, quali Campi Flegrei, Vesuvio, le due DOC isolane Ischia e Capri e la DOC costiera Penisola Sorrentina.
  • In provincia di Salerno si estendono invece le DOC Costa d’Amalfi, che ricopre il magnifico territorio della Costiera Amalfitana, Castel San Lorenzo e Cilento.

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https://www.tannico.it/vini-italiani/vini-campani?srsltid=AfmBOorvkqlZXnUfa8YSFPwuGmKPwrMuSpqBNbK9H316qmqt9T7gPTz_

Parmigiana di melanzane: quali sono davvero le origini?

La amiamo tutti, la parmigiana di melanzane. È buonissima, e quando si prepara in estate con gli ortaggi di stagione, è ancora più saporita. Persino di più, come spesso accade, quando è quella originale, e cioè con le melanzane fritte. Contemporaneamente, però, è un bel grattacapo: da dove viene? Ce la si contende in almeno tre regioni d’Italia, e cioè Sicilia, Campania ed Emilia Romagna. Dove sta la verità?

La storia della melanzana

Partiamo dai fatti: la melanzana arrivò in Italia nel XV secolo, quando gli Arabi la fecero arrivare dall’India attraverso Spagna e Sicilia. Ma da lì al piatto passò parecchio tempo perché si mangiasse con frequenza e una certa tranquillità: un po’ come il pomodoro arrivato dalle Americhe con Cristoforo Colombo, si pensava fosse tossica. Giovanna Frosini e Monica Alba, esperte di Linguistica e Storia della Cucina Italiana autrici della rubrica «Le parole che arrivano da lontano» della nostra rivista, nell’articolo pubblicato nel numero di settembre 2023 hanno infatti spiegato che il frutto della «Solanum melongena» trovò molto resistenza: era considerata nociva, capace di portare alla follia. In effetti, spiegano sempre loro, nei ricettari medievali della nostra Penisola non ce n’è quasi traccia. La voce, nella forma plurale «marignani», compare per la prima volta nel Cuoco Napoletano (manoscritto della fine del XV secolo).

Perché è corretto dire «parmigiana di melanzane» e non «melanzane alla parmigiana»

«A strato», una parole chiave: è il motivo per cui la corretta dicitura è «parmigiana di melanzane e non «melanzane alla parmigiana». Parmigiana infatti è un sostantivo: come ha spiegato in alcuni suoi interventi lo storico Massimo Montanari, altro celebre esperto collaboratore della nostra rivista, questo termine nel XIV e XV secolo cominciò a comparire in diversi ricettari per indicare una preparazione a strati che al suo interno include vari ingredienti. Non è dunque un aggettivo, utilizzato come un modo di condire le melanzane, e cioè con il Parmigiano.

Tre formaggi eccellenti e un solo piatto

L’utilizzo del Parmigiano sarebbe stato utilizzato successivamente come alternativa al pecorino. A loro volta i Napoletani ci avrebbero aggiunto anche la mozzarella. Del resto la ricetta della parmigiana siciliana e napoletana sono molto diverse: in Sicilia le melanzane vengono fritte direttamente a fette, in Campania si ripassano in uovo e farina. Non solo, il ripieno è diverso: caciocavallo nell’isola e invece mozzarella a Napoli, che poi resta il ripieno più utilizzato per la Parmigiana.

Una Teano del gusto?

Insomma, un bel rompicapo: se è vero che la melanzana è sbarcata in Sicilia, è altrettanto vero che la versione di Napoli, dove l’ortaggio è arrivato di conseguenza con i Borbone, è la più diffusa. E poi c’è un’altra connessione storica: la dinastia di origine spagnola, prima di entrare a Napoli (1734), per un complesso gioco di alleanze dinastiche, governava proprio il Ducato di Parma e Piacenza. Insomma, vuoi vedere che Siciliani e Parmigiani si sono incontrati a Napoli per far nascere la Parmigiana? Una vera «Teano enogastronomica».

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https://www.lacucinaitaliana.it/news/in-primo-piano/storia-e-origine-delle-melanzane-alla-parmigiana

La storia del pallonetto a Santa Chiara di Napoli

Il Pallonetto di Santa Chiara è una zona di Napoli del centro storico nel quartiere San Giuseppe, della Municipalità 2 di Napoli.
Insieme a quelli di San Liborio e di Santa Lucia costituisce i tre Pallonetti di Napoli

Già nota agli studiosi dell’Ottocento come del Novecento, la funzione cimiteriale del sito di Santa Chiara a Spaccanapoli1, riferibile al III secolo a.C, venne confermato dal rinvenimento nell’area del monastero delle Clarisse, a piazza del Gesù Nuovo, al di sotto dei locali della cucina di una volta, di una cappella funeraria lavorata a riquadri con malta durissima, tipico delle costruzioni dell’età imperiale romana. La recinzione orientale del complesso monastico confina con la cortina muraria che stingeva più ad ovest il vallone dove oggi trovano sede gli edifici di via Mezzocannone

Il cambio destinazione d’uso della vastissima area oggi occupata dal gigantesco immobile e dalle recinzioni, avverrà a partire dal I secolo d.C., confermato dalla scoperta in zona Borgo al Cerriglio nel 1983 di un’abitazione di residenza con relativa struttura termale di proprietà.
La scoperta ancora di un’altra abitazione con bagno termale nell’area tra piazza Borsa e via del Sedile di Porto estesa addirittura fino a via Guglielmo Sanfelice confermerebbe l’ipotesi assai suggestiva, che quest’area, ancor prima che fosse divenuto esclusivo dominio dei Minori napoletani fosse stato un quartiere termale terrazzato, a mezza strada tra porto Megaride ed il Foro di San Lorenzo Maggiore.

L’orografia antichissima dei luoghi di Santa Chiara.

L’area è ancora termale fino al II e anche il III secolo d.C., confermate dalle iscrizioni lapidarie onorate nel nome dei senatori Anicio Auchenio Basso e Nicomaco Flaviano.

Allorquando venne inglobata nel perimetro murario della città fatto costruire dal Valentiniano III nel 440 d.C., contro l’avvicinarsi sempre più minaccioso dei Goti, l’uso delle terme sparirà lentamente ma comunque non oltre i cento anni, in luogo di un riutilizzo dell’area come orto. Il tracciato resterà pressocchè identico rispetto alle fondazioni tardo antiche e alla sistemazione ducale di tutta quanta la zona. Tutto quanto l’impianto di Santa Chiara Vergine è collocato su pendio dolce, lungo l’arteria orografia oggi l’antico segno del vallone urbanizzato dalle strutture di via Sant’Anna dei Lombardi e via di Monteoliveto. Zona questa che gravita tutta quanta a sud verso l’area portuale stretta tra la chiesa di San Pietro Martire e piazza del Municipio, il vicinissimo centro di via Partenope in direzione di Fuorigrotta ed i Campi Flegrei. La viabilità riferita a Santa Chiara Vergine è data dalla struttura a scacchiera del Pallonetto, all’interno della quale, furono rinvenute tombe a cassa di tufo giallo napoletano, di datazione vicina al IV secolo a.C., aggiunte alle sepolture scoperte più a sud tra l’area di Santa Maria dell’Aiuto e Santa Maria La Nova, laddove le tombe sono a cassa di tufo di età greca, all’interno di un ipogeo dipinto pur’esso nel IV secolo a.C.

fonte :

https://web.archive.org/web/20150530003228/https://www.storiacity.it/guide/573-pallonetto-a-santa-chiara-napoli

La storia e l’utilizzo della Cuccumella ossia la caffettiera napoletana

La caffettiera napoletana (cuccumella in napoletano) o cafetière Morize (in francese) è un tipo di caffettiera. A differenza della moka, non fa uso della pressione generata dal vapore per spingere l’acqua attraverso il caffè, bensì esclusivamente della forza di gravità.

Inventata dal francese Jean-Louis Morize nel 1819, si diffuse poi in tutta Italia come strumento per la preparazione casalinga del caffè. A partire da metà del XX secolo fu gradualmente soppiantata dalla più moderna moka, brevettata da Alfonso Bialetti, di più veloce e facile utilizzo.

È comunque ancora prodotta nel suo aspetto tradizionale e anche in più moderne soluzioni di design. Originariamente in rame, nel 1886 la versione tradizionale comincia ad essere fabbricata in alluminio. Esistono modelli anche in acciaio, che si possono utilizzare anche sulle piastre ad induzione.

Il termine cuccumella, usato a Napoli, è un diminutivo di cuccuma, “vaso di rame o terracotta” (cfr. anche il veneto cogoma, con lo stesso significato). Deriva dal latino tardo cucuma (o cuccuma, cocuma), “paiolo”, attestato in Petronio, di origine sconosciuta (alcuni propongono una derivazione da coquō, “cuocio”; Devoto propende per un’origine mediterranea pre-latina).

La caffettiera Morize è formata da cinque elementi che si montano a incastro tra di loro:

Il serbatoio dell’acqua, dotato di un manico dritto o ricurvo e di un piccolissimo foro di troppo pieno posto in alto sul lato.

Caratteristiche
Il contenitore del caffè, a forma di cilindro cavo aperto da un lato e con l’altro lato forato per permettere il passaggio dell’acqua in ebollizione, nel quale si mette la polvere di caffè torrefatto; l’estremità superiore è filettata esternamente, al fine di avvitarvi il filtro. Il serbatoio del caffè si alloggia a incastro dentro il serbatoio dell’acqua.
Il filtro, che trattiene la polvere del caffè ed evita che resti in sospensione nella bevanda finale; si avvita sul contenitore del caffè.
Il serbatoio della bevanda, che raccoglie la bevanda pronta e che si incastra sul serbatoio dell’acqua, con alloggiato al suo interno il contenitore del caffè, riempito di caffè e comprensivo di filtro già avvitato. Il serbatoio della bevanda è provvisto di beccuccio, da cui esce il caffè che si è formato per il passaggio dell’acqua bollente attraverso la polvere mediante gravità. Anche il contenitore finale ha un manico, che insieme a quello del serbatoio per l’acqua viene utilizzato per maneggiare (in particolare, ribaltare) l’apparecchio.
Il coperchietto con manico per chiudere il serbatoio del caffè dopo aver tolto il serbatoio dell’acqua.
La particolarità della caffettiera Morize è che il serbatoio della bevanda, durante la prima fase di preparazione, è girato verso il basso per poi venire rovesciato verso l’alto e consentire la percolazione dell’acqua bollente attraverso il caffè e quindi la sua infusione. Come per la moka, le dimensioni variano a seconda della quantità di caffè che si desidera ottenere; la capienza si misura in tazze o in persone.

Preparazione del caffè

  • A caffettiera smontata, si pone l’acqua nella caldaia fino a raggiungere un livello di circa cinque millimetri al di sotto del foro per l’uscita del vapore.
  • Si mette il caffè in polvere, macinato più grosso rispetto a quello per la moka, senza pressarlo, nel contenitore apposito, riempiendolo a filo o leggermente eccedente il bordo superiore.
  • Si avvita il filtro sul contenitore del caffè.
  • Si incastra il contenitore del caffè in polvere, con il filtro avvitato, sul serbatoio dell’acqua pieno, facendo attenzione a non far fuoriuscire l’acqua.
  • Si incastra il serbatoio del futuro caffè infuso su quello dell’acqua, facendo in modo che i due manici siano allineati e che non ci siano fessure tra il serbatoio dell’acqua e quello del caffè.
  • Si pone la caffettiera su un fuoco non troppo vivo (che non esca dal diametro della caffettiera).
  • Quando l’acqua giunge all’ebollizione, un sottile filo di vapore esce dal foro del serbatoio dell’acqua, segnalando che è giunto il momento di spegnere la fiamma, attendere un minuto che cessi l’ebollizione e capovolgere la caffettiera prendendola saldamente per i due manici. Il serbatoio dell’acqua si viene così a trovare sopra quello che raccoglie il caffè. L’acqua scende per effetto della forza di gravità, passa attraverso il serbatoio del caffè e il filtro e si raccoglie nel serbatoio della bevanda. Da qui il caffè verrà versato nelle tazzine grazie al beccuccio, che, dopo aver voltato la caffettiera, ha assunto il verso corretto verso l’alto. Il tempo di discesa completa dell’acqua varia dai cinque ai dieci minuti.

Una variante consiste nel mettere il contenitore del caffè in polvere e il serbatoio finale sul serbatoio dell’acqua soltanto dopo aver spento e fermato l’ebollizione, non riscaldando il caffè in polvere prima del contatto con l’acqua bollente. Secondo i fautori, ciò consentirebbe di accentuare nell’aroma e sapore le tonalità più dolci (arabica) rispetto a quelle più forti e amare (robusta).

Cuppetiello

Per meglio conservare l’aroma del caffè mentre questo scende nell’apposito serbatoio (operazione che, se la polvere di caffè è molto densa o costipata, può durare anche più di dieci minuti), è suggerito dalla tradizione napoletana l’utilizzo del cuppetiello, ossia un piccolo pezzo di carta piegato a forma di cono posto a coprire il foro del beccuccio, da togliere al momento di versare il caffè.

Fonte : Wikipedia

Una notte tra Food e leggenda al Monastero RistoVino by Il pezzo impertinente

Passeggiare per strada nel cuore del Centro Storico di Napoli, fermarsi a mangiare qualcosa di tipico e particolare, accompagnati da un buon vino e avvolti dalle leggende del Chiostro di Santa Chiara: è questo quello che è successo durante l’evento organizzato presso il Monastero RistoVino di Via Santa Chiara 10D a Napoli.

Un punto di incontro dove il palato incontra la storia di uno dei punti più turistici della città partenopea, che si tramanda al mondo nei versi di Rocco Galdieri “Munasterio ‘e Santa Chiara… tengo o core scuro scuro“. Entrando nel locale si può scendere al piano inferiore, dove è possibile visitare la “sala dei vini”, che racchiude tutta la magia di quei sotterranei che hanno visto alternarsi le storie del Re angioino Roberto I detto Il Saggio e della devota moglie, Sancia di Mairoca, donna tumulata nel monastero, e che la leggenda narra vaghi ancora per il monastero, tra i chiostri adiacenti, i viottoli e i suoi giardini, con un abito lungo e a passo lento senza una meta con il capo chino e le mani giunte come se stesse pregando. Costei che si vocifera sia identificabile nella “bella ‘mbriana” (spirito benefico della casa secondo la tradizione napoletana), convive col “munaciello, spirito bizzarro spesso dispettoso.

E dopo una passeggiata nelle leggende del posto, l’attenzione passa all’aspetto gastronomico curato per l’occasione dallo Chef Davide Ferraiolo.

Subito in tavola una parmigiana di melanzane, una varietà di bruschette, cozze gratinate e fior di latte con alici cetaresi. Subito dopo gli antipasti, è toccato ai primi, dove ha trionfato lo gnocco fritto mantecato al baccalà ed i paccheri con cozze e bottarga.

A chiudere il menù, le alici fritte ed i tocchetti di baccalà fritto, che hanno dato il tocco finale nell’attesa del dolce della casa. E data l’importanza che il Monastero RistoVino da alla parte enologica, il tutto è stato accompagnato dal vino bianco Kata’ (Catalanesca) e dal vino rosso Vipt (Piedirosso in purezza del Vesuvio) nel pieno rispetto della tradizione gastronomica campana delle Cantine Olivella del  monte Somma Vesuvio. Alici e bottarga invece sono della Armatore srl di Cetara.

Durante l’evento i giornalisti intervenuti sono stati allietati dalla “posteggia napoletana” con brani classici della tradizione.

Tra gli invitati anche i volti noti Enzo Fischetti, il professore di Made in Sud e l’influencer campana Mery Esposito. Media Partner dell’evento è stato il magazine Mangiamm.

Il Monastero RistoVino è un progetto di Francesco Spagnuolo e Rosario Italia che si trova in Via Santa Chiara 10D, Napoli.